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La Cannabis contro il glioblastoma - intervista al dr. Massimo Nabissi

Valentina Zuppardo, una giovane mamma impegnata a favore di chi soffre di glioblastoma,intervista il dr. Massimo Nabissi dell'Università di Camerino

Avevamo già parlato delle ricerche del dottor Massimo Nabissi sugli effetti della cannabis contro il mieloma, riportando la notizia dell’avvio di una sperimentazione sul tema da parte dell’israeliana OWC pharmaceuticals. Ora, grazie all’aiuto di Valentina Zuppardo, amica dell’associazione e sostenitrice della ricerca sulla Cannabis possiamo offrirvi un’intervista esclusiva al biologo e ricercatore presso l’Università di Camerino; ecco come si presenta il Dr. Nabissi:

  • Il mio lab si occupa di studi pre-clinici su glioblastoma e mieloma, studiando in particolare le combinazioni terapeutiche fra cannabinoidi e chemioterapici. A livello pre-clinico i dati sono molto entusiasmanti perché i cannabinoidi mostrano effetto antitumorale e permettono di ridurre la dose del chemioterapico e di ottenere effetti anche maggiori del farmaco da solo. A livello clinico noi non possiamo fare niente, ma sia i nostri dati che altri sono stati usati dalla GW che da altre ditte come supporto per avviare studi clinici.Lo studio su glioblastoma e cannabinoidi è terminato, ma i dati ancora sono sotto valutazione, si possono seguire le info a questo sito.

Valentina: Dai vostri studi emerge l'importanza delle tempistiche con cui affiancare la cannabis? Ovvero prima si inizia e meglio è?
Dott. Nabissi: I nostri studi sono stati svolti in cellule tumorali di glioblastoma e mieloma multiplo con diversa resistenza farmacologica (nel caso del glioblastoma al temozolomide e alla carmustina). I dati hanno evidenziato che i cannabinoidi agiscono sia da soli sia in combinazione con i due chemioterapici. In combinazione si ottiene
un effetto antitumorale maggiore rispetto a quello riscontrato con i chemioterapici utilizzati da soli, suggerendo che una terapia combinata possa avere maggiori effetti rispetto alla terapia con i soli chemioterapici e permetterebbe di ridurre la dose dei chemioterapici.
Quando iniziare? Qui ci si basa solo su ipotesi, perché chi decide di fare uso terapeutico con la Cannabis di solito inizia dopo le terapie da protocollo, quindi chiaramente il tumore ha già subito dei cambiamenti dati dalla terapia stessa. Poi quando la terapia non ha piu' effetto o il tumore comincia a diventare resistente alla terapia, alcuni pazienti si approcciano a terapie “alternative”. Quindi, dal punto di vista terapeutico è difficile dire se i cannabinoidi possano agire meglio all'inizio o dopo la chemioterapia, o come suggeriscono alcuni se abbiano effetto in vivo nell’uomo, come si è invece dimostrato in vitro (nelle cellule) o in modelli animali. In questo periodo, non sono reperibili dati clinici pubblicati riguardanti l’effetto antitumorale della terapia combinata con cannabinoidi e non c'è una sperimentazione su uomo che abbia comparato chemioterapia verso cannabinoidi nei pazienti in prima diagnosi, ma forse non conosco tutti le sperimentazioni in corso. Comunque vorrei evidenziare uno studio pubblicato nel 2015, svolto in 84.000 uomini suddivisi in fumatori di Cannabis e non, seguiti per 16 anni, che ha dimostrato che la percentuale di sviluppo del tumore alla vescica è minore del 45% nei fumatori di Cannabis rispetto a quelli che dichiaravano di non fumarla.

Perché a livello clinico non potete fare nulla? Chi decide?
La ricerca di nuove molecole antitumorali è svolta in laboratorio, dove si studiano nuovi trattamenti con singoli farmaci o in associazione tra loro, in cellule tumorali e non (studio in vitro). Questa fase, definita pre-clinica, ha lo scopo di studiare le proprietà farmacologiche del farmaco, dimostrare gli eventuali effetti terapeutici attesi, e i possibili effetti tossici del trattamento. Se i dati sono promettenti, in genere si avvia uno studio sugli animali per verificarne l’effetto in vivo. Dato che non sempre una sperimentazione con risultati promettenti in vitro e negli animali è poi altrettanto efficace e sicura sull’uomo, è necessario poi testare i farmaci sui pazienti affetti da cancro.
Le sperimentazioni cliniche sono eseguite in strutture ospedaliere pubbliche o in private autorizzate e il finanziatore è di solito un’industria farmaceutica, mentre raramente un organismo di ricerca pubblico finanzia lo studio. In questo periodo, all’estero sono stati avviati degli studi clinici con cannabinoidi in combinazione con chemioterapici, come ad esempio nel glioblastoma. Quindi, dal mio punto di vista, o si decide a livello nazionale d'investire in questi argomenti di ricerca o si attende che lo facciano all'estero e poi il nostro paese (se la sperimentazione con i cannabinoidi avesse successo e portasse a una terapia antitumorale) si adeguerà alle regole dell’investitore.

Valentina: Secondo lei può aver senso aprire una petizione per fare ricerca sul cancro anche iniziando dei trial clinici su pazienti? Da dove partire e a chi rivolgerla?
Dott. Nabissi: Penso che l’avvio di una sperimentazione clinica dipenda in parte dall'interesse del Ministero della Salute e da uno o piu’ investitori (eventualmente); se pensano che possa essere una nuova frontiera della lotta contro il cancro, potrebbero decidere di autorizzarla e finanziarla.
Ritengo comunque che l’informazione divulgativa riguardante la Cannabis terapeutica sia ancora a un livello superficiale e spesso poco scientifica. C'è chi sostiene che somministrare Cannabis o derivati, sia come drogare i pazienti e si sono formati, nella società, dei fronti pro e contro la Cannabis per uso terapeutico. Nel primo caso, ovvero “drogare” i pazienti, è scientificamente poco sostenibile, in quanto sono già presenti diversi farmaci ad uso molto diffuso che comunque hanno effetti potenzialmente “droganti”. Vorrei ricordare l’uso e la diffusione delle benzodiazepine, che sono molecole il cui uso prolungato può condurre allo sviluppo di dipendenza fisica e psichica , o ad esempio la distribuzione dei cerotti transdermici contenenti oppiacei, che possono anch’essi causare dipendenza fisica e psicologica. Mentre per i farmaci cannabinoidi non viene indicata la dipendenza fisica e psicologica nelle possibili contro-indicazioni, Inoltre, vorrei sottolineare, che per quanto ne so, non ho mai sentito di prese di posizione pro e contro specifici farmaci nei consumatori. Quindi, perché una tale campagna mediatica per la Cannabis terapeutica? Può aver senso una petizione? Potrebbe riaccendere l'interesse nella popolazione, e magari riaprire l'argomento Cannabis terapeutica. Ma bisogna poi scontrarsi con chi pone l'uso terapeutico al pari di quello ricreativo (basta vedere delle immagini in cui si parla ad esempio di Cannabis e Alzheimer e poi c'è l'immagine della vecchietta con lo spinello in bocca). Ritengo che sia difficile scardinare dei preconcetti, fino a quando le persone non s'informano per necessità. Personalmente svolgo dei seminari a richiesta nelle scuole superiori e a parte le battute iniziali quando mostro la diapositiva con i vari tipi di Cannabis, devo dire che l'interesse aumenta e molti professori e studenti ora vedono la potenziale terapia con la Cannabis in modo diverso da prima. Comunque l'esperienza insegna che a volte sotto pressione mediatica o richiesta da parte di gruppi di cittadini, il Ministero della Salute sembra disposto a rivedere alcune scelte, come avvenuto in precedenza, anche su potenziali terapie che non avevano lo stesso supporto sperimentale che si ha nello studio dei
cannabinoidi e cancro (). Forse le varie associazioni che si sono battute per l'uso della cannabis medicinale (vedi l'approvazione ad uso terapeutico in diverse regioni) potrebbero aiutare....

Valentina: Secondo lei quale deve essere il rapporto thc:cbd ai fini antitumorali e quale la miglior forma di assunzione?
Dott. Nabissi: Lo studio farmacologico dei derivati della Cannabis o delle singole molecole cannabinoidi, è in continua evoluzione e le informazioni vengono aggiornate nei maggiori siti internazionali (esempio National Cancer Institute) L’assunzione di cannabinoidi ad uso terapeutico è descritta nel foglietto illustrativo.

Valentina: In Italia ci sono altri ricercatori che fanno ricerca in questo senso?
Ci sono diversi gruppi che si occupano di cannabinoidi e cancro, soprattutto all’estero, ma anche in Italia sono presenti sperimentatori che si occupano di cannabinoidi e cancro. Sicuramente in Israele puntano molto sullo studio della Cannabis terapeutica, e ci sono diverse Biotech che stanno iniziando studi sull'uomo (come in questo esempio).

Valentina: Chi realmente decide tra le varie istituzioni se fare ricerca sulla cannabis e cancro o no?

Dott. Nabissi: Un po' quello che scrivevo prima, se un governo ritiene che sia una priorità terapeutica investe e permette di avviare uno studio completo, oppure un laboratorio come il nostro dove per fare ricerca sui cannabinoidi rimedia finanziamenti “un po' qua un po' la”. Ma, siccome la ricerca costa, si cerca di fare un buon lavoro e poi se i dati scientifici risultano interessanti c'è sempre qualcuno pronto a sviluppare la tua l'idea, magari avviando una sperimentazione clinica ed eventualmente brevettando la terapia. Un esempio? Questo studio israeliano. Chiaramente fa molto piacere a livello scientifico che il tuo lavoro raccolga un interesse a livello mondiale, ma poi il nostro lavoro termina qui, perché il seguito della sperimentazione sarebbe per noi insostenibile.

Grazie al dottor Nabissi per la disponibilità e grazie a Valentina Zuppardo per l'intervista.

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