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Medical cannabis contro il morbo di Alzheimer?

Un recente studio ha riscontrato che il THC, composto psicoattivo della cannabis, stimola la rimozione delle placche amiloidi nel cervello, un sintomo comune nella malattia, i ricercatori inoltre hanno rilevato un’azione antiinfiammatoria che proteggerebbe i neuroni dei pazienti.

“È ragionevole concludere che sussiste un potenziale terapeutico nei cannabinoidi per il trattamento della malattia di Alzheimer.” Scrive David Schubert, ricercatore capo e professore al Salk institute for Biological Studies.

Keith Fargo, direttore dei programmi scientifici e sociali per la Alzheimer Association, definisce la cannabis un “valido approccio di ricerca.” L’associazione ha sovvenzionato alcune ricerche preliminari di Schubert e Fargo sostiene il potenziale terapeutico dei componenti della cannabis (e dei loro derivati) per alleviare l’infiammazione dell’encefalo.

Anche il dottor David Casarett, capo del reparto cure palliative della Duke University e autore del libro “Stoned” si mostra aperto di fronte alle possibilità di beneficio della cannabis medica.

“Mi confronto con molte persone, familiari di pazienti con demenza senile lieve o moderata, che hanno percepito un’effettiva azione del THC o dell’infiorescenza nell’alleviare confusione e agitazione che possono incorrere nel corso della patologia.”

L’idea è supportata anche da una revisione del 2014 dei lavori sulla cannabis; ricercatori olandesi hanno trovato due studi che dimostrano l’utilità del THC nel trattamento dei sintomi comportamentali della demenza. Analogamente, uno studio del 2016, pur con soli 11 partecipanti, riporta che il THC ha aiutato a ridurre i sintomi allucinatori, di agitazione, aggressività, irritabilità, apatia e sonnolenza in pazienti con morbo di Alzheimer.

Il vero obiettivo dei ricercatori, oltre a sviluppare nuove tecniche palliative le sofferenze dei pazienti, è ottenere dalla cannabis qualcosa di più, come un trattamento preventivo o addirittura una cura per l’Alzheimer.

PRO E CONTRO DELL’ATTACCO ALLE PLACCHE

Una ragione per l’assenza di questi trattamenti è che la patologia provoca danni molto complicati al cervello, una matassa difficile da sbrogliare.

Schubert ritiene che la colpa sia anche da attribuire ai ricercatori farmacologici. I ricercatori oggi tendono ad avere un approccio “riduzionista”, si concentrano su un piccolo obbiettivo, come ad esempio una singola proteina trovata nei neuroni del cervello. L’ambito delle ricerche è troppo ristretto secondo il professore del Salk institute.

Un’ulteriore ragione che spiega il fallimento nei trattamenti sperimentali per l’alzheimer, sempre secondo Schubert, è che si sono finora tutti focalizzati sulle placche amiloidi che intasano il cervello e ne uccidono le cellule. “Il problema è che ci possono essere individui con placche, ma cognitivamente normali e, all’opposto, pazienti affetti da demenza pur non presentando placche.”

UNA STRADA LUNGA E TORTUOSA

Lo studio che Schubert sta conducendo sul THC ha avuto inizio più di dieci anni fa, avendo come iniziale oggetto di studi la curcumina, principale composto della curcuma.

“La popolazione indiana ha una bassa incidenza di Alzheimer” notava Schubert. La molecola della curcumina era però grezza per cui il team di ricerca ha lavorato per rifinirla e rinforzarla, creando un medicinale ribattezzato “J147”.

Sperimentando su cavie con un’ampia gamma di patologie (tra cui ictus e demenza) il team di Schubert ha scoperto che J147 riduce l’infiammazione e diminuisce i danni alle cellule del sistema nervoso nelle cavie con Alzheimer.

Era necessario però comprendere cosa rendesse J147 efficace, ulteriori indagini sul farmaco hanno portato il team a comprendere che l’azione del farmaco avveniva tramite recettori del sistema endocannabinoide che, tra le altre cose, aiuta la comunicazione e la coordinazione tra le cellule.

“È questo che ci ha portato a focalizzarci sulla cannabis” dice Schubert spiegando che, una volta riconosciuto l’effetto similcannabinoide del farmaco l’attenzione dei ricercatori si è spostata sul THC per paragonarne gli effetti con quelli del J147.

È sicuro che il THC attivi i recettori cannabinoidi, combatta l’infiammazione e prevenga l’accumulo di placche amiloidi e la conseguente morte di neuroni, dati di laboratorio supportano questa interpretazione; altre sperimentazioni hanno dimostrato il ruolo della cannabis nella riduzione delle infiammazioni del sistema nervoso centrale.

Secondo il già citato Fargo, la cosa veramente importante degli studi di Schubert è che “forniscono una comprensione migliore del sistema cannabinoide” e di come sia possibile spostare l’equilibrio nel cervello a favore della sopravvivenza cellulare.

La morte dei neuroni nel cervello dei pazienti con Alzheimer provoca la perdita di ricordi e abilità cognitive; se potessimo fermare le numerose morti cellulari, potremmo fermare l’avanzamento della patologia e gli studi di Schubert puntano in questa direzione.

Nonostante gli interessanti sviluppi potenziali delle ricerche però le strette regolamentazioni sull’uso di cannabis stanno rallentando l’attività di Schubert.

Sono infatti pochi i ricercatori impegnati attualmente al lavoro su trials clinici sulla cannabis terapeutica, trials che comunque coinvolgono solitamente un basso numero di pazienti, “in media un centinaio soltanto” spiega Fargo.

“La ricerca sui cannabinoidi è resa molto più difficoltosa di quanto potrebbe essere –spiega il dottor Casarett- il miglior provvedimento che il governo degli Stati Uniti potrebbe adottare sarebbe riclassificare la Cannabis come sostanza di classe II o III.”

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